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Nel dicembre 2017 Bitcoin ha sfiorato i ventimila dollari, completando una corsa che lo aveva portato da circa mille dollari a inizio anno a valori che solo i più ottimisti avevano osato prevedere, trasformando una tecnologia nata per i cypherpunk e gli anarchici digitali in un fenomeno mainstream che attirava l’attenzione di investitori istituzionali, risparmiatori ordinari e media di tutto il mondo. La crescita del milleottocento percento in dodici mesi non aveva precedenti nella storia degli strumenti finanziari tradizionali, alimentando dibattiti accesi tra chi vedeva in Bitcoin il futuro del denaro e della finanza decentralizzata e chi riconosceva i segni classici di una bolla speculativa destinata a scoppiare con conseguenze dolorose per chi era arrivato tardi alla festa. Le conversazioni natalizie in tutto l’Occidente si sono ritrovate a discutere di blockchain, wallet e exchange mentre zii e cugini chiedevano consigli su come comprare quella cosa che stava facendo diventare ricchi tutti. La domanda che nessuno sapeva rispondere con certezza era se Bitcoin rappresentasse una rivoluzione tecnologica paragonabile a internet o l’ennesima manifestazione della propensione umana a confondere l’entusiasmo collettivo con il valore reale.

L’anatomia della crescita esponenziale

Il percorso di Bitcoin verso i ventimila dollari è stato caratterizzato da accelerazioni che sfidavano qualsiasi modello razionale di formazione dei prezzi, con il valore che raddoppiava in settimane o addirittura giorni durante i momenti più febbrili del rally. Gennaio aveva visto Bitcoin ancora intorno ai mille dollari, un livello che già rappresentava una crescita significativa rispetto agli anni precedenti ma che sembrava modesto rispetto a quello che sarebbe venuto. A giugno il prezzo aveva raggiunto i tremila dollari attirando l’attenzione dei media mainstream che iniziavano a dedicare copertura regolare a quello che fino a poco prima era considerato un fenomeno di nicchia per tecnofili ed estremisti. Settembre ha visto i cinquemila dollari, novembre i diecimila, e dicembre l’esplosione finale che ha portato il prezzo a sfiorare i ventimila prima di una correzione che ha chiuso l’anno intorno ai quattordicimila. La capitalizzazione totale del mercato delle criptovalute ha superato i seicento miliardi di dollari, una cifra che rivaleggiava con le maggiori aziende del pianeta e che rendeva impossibile ignorare il fenomeno anche per chi lo considerava una follia collettiva. Ogni correzione del venti o trenta percento, che in qualsiasi mercato tradizionale avrebbe costituito un crollo devastante, veniva seguita da rimbalzi ancora più aggressivi che convincevano i compratori che il trend era inevitabilmente ascendente.

Le narrative che alimentavano la febbre

La crescita di Bitcoin era sostenuta da una serie di narrative che si rafforzavano reciprocamente, offrendo giustificazioni per prezzi sempre più elevati a chi cercava ragioni razionali per un fenomeno che aveva poco di razionale. L’idea di Bitcoin come oro digitale, un asset scarso e resistente all’inflazione in un mondo di politiche monetarie espansive, attraeva chi aveva perso fiducia nelle valute tradizionali e nelle istituzioni che le controllavano. La promessa di finanza decentralizzata senza intermediari parlava a chi vedeva nelle banche e nei governi ostacoli all’autonomia individuale piuttosto che garanti di stabilità. Il FOMO, la paura di perdersi l’opportunità di una vita, spingeva persone senza alcuna conoscenza tecnica a comprare Bitcoin semplicemente perché tutti ne parlavano e chi l’aveva comprato prima era diventato ricco. I futures su Bitcoin approvati dalla CBOT e dalla CME a dicembre sembravano segnalare la legittimazione da parte del sistema finanziario tradizionale, con investitori istituzionali che finalmente avrebbero potuto partecipare al mercato portando liquidità e stabilità. Ogni nuova notizia positiva veniva interpretata come conferma che il prezzo avrebbe continuato a salire, mentre le notizie negative venivano liquidate come tentativi dei poteri tradizionali di fermare una rivoluzione che non poteva essere fermata.

I segnali di bolla che molti ignoravano

Per chi aveva studiato la storia delle bolle speculative, i segnali di allarme erano evidenti e si moltiplicavano con l’avvicinarsi del picco, ma l’entusiasmo collettivo rendeva difficile distinguere tra analisi prudente e pessimismo ingiustificato. La proliferazione di Initial Coin Offering in cui progetti con whitepaper vaghi e team anonimi raccoglievano milioni di dollari ricordava le IPO di aziende dot-com che non avevano né ricavi né modello di business chiaro. Le storie di persone che facevano mutui per comprare Bitcoin o che investivano i risparmi di una vita in un asset che non capivano sembravano uscite direttamente da cronache di bolle precedenti. L’idea che il prezzo potesse solo salire, che ogni correzione fosse un’opportunità di acquisto, che chi vendeva fosse stupido o vigliacco era esattamente il tipo di pensiero che caratterizzava i momenti terminali delle bolle storiche. I paragoni con la tulipmania olandese del seicento o con la bolla delle dot-com del duemila venivano respinti dai credenti con argomenti che spiegavano perché questa volta fosse diverso, la stessa frase che accompagnava ogni bolla prima del suo scoppio. Il problema fondamentale restava che Bitcoin non produceva nulla, non pagava dividendi, e il suo valore dipendeva interamente dalla convinzione che qualcun altro avrebbe pagato di più in futuro, la definizione stessa di greater fool theory.

L’ecosistema delle altre criptovalute

Bitcoin era solo la punta dell’iceberg di un ecosistema di criptovalute che era esploso durante il 2017, con migliaia di token alternativi che promettevano di risolvere problemi specifici o semplicemente di replicare il successo della criptovaluta originale. Ethereum era cresciuto da otto a ottocento dollari grazie alla sua piattaforma per smart contract che permetteva di creare applicazioni decentralizzate e lanciare nuovi token, diventando l’infrastruttura su cui si costruiva gran parte dell’innovazione nel settore. Ripple prometteva di rivoluzionare i pagamenti internazionali collaborando con le banche invece di combatterle, un posizionamento che attirava investitori più tradizionali ma che i puristi consideravano un tradimento degli ideali di decentralizzazione. Litecoin, creato come versione più leggera e veloce di Bitcoin, aveva visto il suo creatore Charlie Lee vendere tutte le sue posizioni citando conflitti di interesse, un segnale che molti hanno interpretato come il picco del mercato. Le ICO hanno raccolto oltre quattro miliardi di dollari durante l’anno, con progetti che andavano da genuini tentativi di innovazione a truffe elaborate che sfruttavano l’entusiasmo dei compratori e la mancanza di regolamentazione. La SEC americana aveva iniziato a interessarsi al settore avvertendo che molti token potevano costituire securities non registrate, ma l’enforcement era lento rispetto alla velocità con cui nascevano nuovi progetti.

I rischi concreti per gli investitori

Oltre al rischio di perdite dovute al crollo del prezzo, gli investitori in criptovalute affrontavano una serie di pericoli specifici del settore che i mercati tradizionali avevano imparato a mitigare attraverso decenni di regolamentazione e sviluppo infrastrutturale. Gli exchange dove si compravano e vendevano criptovalute operavano spesso senza le protezioni che i broker tradizionali garantivano, con casi di fallimenti, hack e furti che lasciavano i clienti senza ricorso legale e senza i propri fondi. Mt. Gox nel 2014 aveva dimostrato cosa potesse accadere quando un exchange falliva, e nel 2017 continuavano a verificarsi incidenti minori che ricordavano quanto fosse rischioso affidare i propri fondi a piattaforme non regolamentate. Chi sceglieva di custodire personalmente le proprie criptovalute in wallet hardware o software si assumeva la responsabilità di non perdere le chiavi private, con storie horror di persone che avevano perso fortune perché avevano dimenticato la password o danneggiato il disco rigido che conteneva l’unica copia del wallet. La volatilità estrema significava che il valore del portafoglio poteva oscillare del trenta percento in una settimana, un’esperienza emotivamente devastante per chi non era abituato ai mercati finanziari e aveva investito più di quanto potesse permettersi di perdere. Le tasse sulle plusvalenze in molti paesi si applicavano anche alle criptovalute, ma la complessità del calcolo e la mancanza di strumenti standardizzati rendevano la compliance fiscale un incubo per chi aveva fatto molte transazioni durante l’anno.

Le lezioni che il 2018 avrebbe insegnato

Il 2018 avrebbe dato ragione ai critici con un crollo che ha portato Bitcoin da quasi ventimila dollari a poco più di tremila nel giro di un anno, dimostrando che le leggi della gravità si applicavano anche agli asset digitali e che nessuna narrazione era abbastanza potente da sostenere indefinitamente prezzi scollegati da qualsiasi fondamentale. Chi aveva comprato al picco ha visto il proprio investimento perdere l’ottanta percento del valore, con molti che hanno venduto in panico cristallizzando perdite che in alcuni casi rappresentavano i risparmi di una vita o debiti contratti nella convinzione che il prezzo potesse solo salire. Le ICO si sono rivelate in larga parte truffe o progetti fallimentari, con la SEC che ha iniziato a perseguire i casi più eclatanti e gli investitori che hanno scoperto che i token acquistati non valevano nulla. La tecnologia blockchain sottostante ha continuato a svilupparsi, ma l’idea che l’adozione di massa fosse imminente si è rivelata prematura con aziende che abbandonavano progetti blockchain annunciati in pompa magna quando si rendevano conto che non risolvevano problemi reali meglio delle tecnologie esistenti. Per chi è sopravvissuto al crypto winter con le proprie posizioni intatte, la lezione è stata che investire in asset speculativi richiedeva non solo convinzione ma anche la capacità finanziaria e psicologica di sopportare perdite del novanta percento senza vendere in panico.

Il significato duraturo oltre la speculazione

Indipendentemente dal destino del prezzo di Bitcoin, il 2017 ha rappresentato il momento in cui le criptovalute sono passate da fenomeno di nicchia a tema di discussione globale, costringendo economisti, regolatori, banchieri e cittadini comuni a confrontarsi con domande fondamentali sulla natura del denaro e sul futuro della finanza. L’idea che fosse possibile creare forme di valore digitali senza bisogno di istituzioni centralizzate aveva catturato l’immaginazione di milioni di persone, anche se la maggioranza era più interessata ai guadagni rapidi che ai principi filosofici sottostanti. Le banche centrali hanno iniziato a studiare seriamente le valute digitali, riconoscendo che la tecnologia poteva avere applicazioni legittime anche se Bitcoin specificamente non era adatto a sostituire le valute tradizionali. La blockchain come tecnologia per registrare transazioni in modo trasparente e immutabile ha trovato applicazioni in settori che andavano dalla supply chain alla proprietà intellettuale, separandosi gradualmente dall’associazione esclusiva con le criptovalute speculative. Per Bitcoin stesso, il futuro restava incerto tra chi vedeva un asset che avrebbe trovato il suo posto come riserva di valore digitale e chi prevedeva l’irrilevanza una volta che le banche centrali avessero lanciato le proprie valute digitali. Il 2017 non aveva risposto alla domanda se Bitcoin fosse bolla o rivoluzione, ma aveva assicurato che la domanda sarebbe stata discussa per anni a venire.

Gianluca Gentile

Mi chiamo Gianluca Gentile, classe 1991. Da sempre mi accompagna una passione smisurata per la materia informatica. Computer e web, infatti, sono diventati i miei compagni d’avventura inseparabili. Così nel 2012 ho deciso di trasformare la mia attitudine e le mie capacità in un “lavoro”. Attraverso esperienza e professionalità mi occupo di ristrutturare e costruire da zero l’immagine di un’azienda. Tra le mie funzioni vi è la gestione di ogni fase del processo creativo, curando minuziosamente ogni aspetto delle campagne pubblicitarie sui vari media.

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