Uber valutazione 40 miliardi startup

Uber ha chiuso un round di finanziamento che valuta l’azienda quaranta miliardi di dollari, una cifra che la rende la startup privata più valorizzata della storia superando qualsiasi precedente e segnalando la convinzione degli investitori che il ride-sharing rappresenti una trasformazione fondamentale del trasporto urbano con potenziale di crescita ancora enorme. In soli cinque anni l’app per chiamare auto è passata da esperimento limitato a San Francisco a presenza globale in oltre duecentocinquanta città di cinquanta paesi, bruciando miliardi in sussidi per conquistare quote di mercato ma dimostrando che quando il servizio funziona i consumatori lo adottano rapidamente e lo abbandonano difficilmente. La crescita del trecento percento anno su anno giustifica valutazioni che sembrano irrazionali secondo metriche tradizionali perché gli investitori scommettono non sui profitti attuali inesistenti ma sul potenziale futuro quando Uber dominerà il trasporto e potenzialmente guiderà la transizione verso veicoli autonomi che elimineranno il costo degli autisti trasformando il ride-sharing in utility con margini enormi.

La traiettoria di crescita senza precedenti

La valutazione di Uber è cresciuta con velocità straordinaria passando da sessanta milioni nel 2011 a tre miliardi e mezzo nel 2013, diciassette miliardi a giugno 2014, e quaranta miliardi a dicembre dello stesso anno, più che raddoppiando in sei mesi mentre l’azienda bruciava capitali per espandersi aggressivamente in nuovi mercati dove doveva competere con incumbent locali e costruire la massa critica di autisti e passeggeri necessaria per il funzionamento del servizio. Il round da un miliardo e duecento milioni ha visto la partecipazione non solo di venture capitalist tradizionali ma di mutual fund come Fidelity che normalmente investono solo in aziende pubbliche, un segnale che gli investitori istituzionali consideravano Uber troppo grande e troppo importante per aspettare un’IPO che avrebbe diluito le opportunità. I numeri operativi supportavano l’entusiasmo con miliardi di corse effettuate, centinaia di migliaia di autisti attivi, e crescita che non mostrava segni di rallentamento nonostante la concorrenza crescente di Lyft negli Stati Uniti, Didi in Cina, Grab nel sud-est asiatico, e taxi tradizionali che si modernizzavano lanciando proprie app.

Il modello di business e le scommesse sul futuro

La valutazione di quaranta miliardi sembrava irrazionale se si consideravano solo i numeri attuali dato che Uber perdeva denaro significativo investendo in crescita, sussidi per autisti e passeggeri, e espansione internazionale, ma gli investitori prezzavano il potenziale di un’azienda che poteva dominare un mercato globale del trasporto che vale trilioni di dollari. L’effetto rete rendeva il business attraente perché più autisti significava tempi di attesa più brevi che attiravano più passeggeri che rendevano più profittevole essere autista creando un ciclo virtuoso difficile da replicare per competitor che partivano dopo, un vantaggio che Uber cercava di costruire bruciando capitali per arrivare primo in ogni mercato. La retention degli utenti era straordinaria con chi provava Uber che raramente tornava ai taxi tradizionali una volta sperimentata la comodità di chiamare un’auto dal telefono, vedere esattamente dove si trova, pagare automaticamente senza dover cercare contanti o discutere sul percorso. Ma la scommessa più grande era sulle auto autonome che avrebbero eliminato il costo degli autisti trasformando Uber in utility di trasporto quasi gratuita con margini enormi, una visione che giustificava valutazioni altissime anche senza profitti attuali.

Le controversie che minacciavano la crescita

La crescita esplosiva era accompagnata da controversie crescenti che minacciavano la reputazione dell’azienda e la sua capacità di operare in alcuni mercati, dal surge pricing che durante emergenze faceva schizzare i prezzi alle stelle generando accuse di approfittare delle crisi, alle pratiche competitive aggressive contro Lyft che includevano ordinare e cancellare corse per tenere occupati gli autisti competitor. Un dirigente Uber ha suggerito in una cena con giornalisti di investigare la vita privata dei reporter critici dell’azienda, una minaccia che è diventata pubblica generando uno scandalo che ha costretto scuse pubbliche ma ha confermato la percezione di una cultura aziendale disposta a tutto per vincere. I casi di autisti che avevano aggredito o molestato passeggeri sollevavano domande sulla adeguatezza dei controlli di sicurezza che Uber conduceva, mentre le proteste dei tassisti in tutto il mondo portavano a divieti in alcune città e regolamentazioni che complicavano le operazioni. Travis Kalanick, il CEO fondatore, personificava sia le virtù che i vizi dell’azienda con una visione audace e un’esecuzione impeccabile accompagnate da arroganza e spregiudicatezza che creavano problemi che un leader più diplomatico avrebbe evitato.

L’espansione globale e le sfide locali

La Cina rappresentava il mercato più grande e più difficile dove Uber competeva con Didi Kuaidi, il gigante locale formato dalla fusione delle due principali piattaforme di ride-sharing cinesi, in una guerra di sussidi che bruciava centinaia di milioni mentre entrambe le aziende cercavano di conquistare la massa critica necessaria per dominare il mercato. L’India offriva potenziale enorme con una classe media in crescita e trasporto pubblico insufficiente ma anche sfide uniche inclusi incidenti di sicurezza che avevano portato a temporanei divieti e richieste di controlli più stringenti sugli autisti. L’Europa si dimostrava particolarmente ostile con regolamentazioni rigide, sindacati dei taxi potenti, e tradizioni legali che proteggevano gli incumbent rendendo l’espansione più lenta e costosa che in mercati meno regolamentati. In ogni mercato Uber doveva adattare il modello alle condizioni locali, dalla valuta alle preferenze di pagamento, dalle aspettative culturali alle regolamentazioni specifiche, una complessità che richiedeva investimenti significativi in localizzazione e operazioni locali.

L’evoluzione oltre il ride-sharing

Uber stava già espandendo il proprio modello oltre il trasporto di persone con UberEATS che applicava lo stesso approccio alla consegna di cibo permettendo di ordinare da ristoranti locali e ricevere la consegna da autisti Uber, e UberRUSH che offriva consegne on-demand per pacchi e documenti nelle città dove la densità di autisti lo rendeva pratico. La visione a lungo termine includeva la sostituzione del possesso dell’automobile con trasporto on-demand sempre disponibile a costi inferiori al mantenimento di un veicolo proprio, una trasformazione che avrebbe implicazioni profonde per l’industria automobilistica, l’urbanistica e le abitudini di milioni di persone. Le auto autonome rappresentavano il futuro che Uber stava costruendo investendo in ricerca e acquisizioni per sviluppare la tecnologia che avrebbe eliminato la necessità di autisti umani, trasformando il ride-sharing da servizio labour-intensive a piattaforma tecnologica con margini paragonabili a quelli delle aziende software. Se Uber riusciva a portare veicoli autonomi su strada prima dei competitor automotive tradizionali, la valutazione di quaranta miliardi sarebbe sembrata un affare.

La concorrenza e il panorama competitivo

Lyft rappresentava il principale competitor negli Stati Uniti con un posizionamento più friendly e meno aggressivo che attirava sia autisti che passeggeri disturbati dalle controversie di Uber, ma una valutazione di due miliardi e mezzo che mostrava quanto fosse indietro in termini di scala e risorse finanziarie. Didi Kuaidi in Cina era l’unico competitor con risorse paragonabili a Uber e il vantaggio di giocare in casa in un mercato dove le aziende straniere storicamente faticavano a competere con incumbent locali che comprendevano meglio le dinamiche culturali e regolatorie. Grab dominava il sud-est asiatico costruendo posizioni forti in mercati come Singapore, Indonesia e Vietnam prima che Uber potesse stabilire presenza significativa, una strategia regionale che sfruttava la comprensione locale per costruire vantaggi difficili da replicare. I taxi tradizionali si stavano modernizzando con app proprie ma faticavano a competere con l’esperienza utente e la convenienza di Uber che aveva ridefinito le aspettative dei consumatori su cosa significasse chiamare un’auto.

Le prospettive future tra opportunità e rischi

Con una valutazione di quaranta miliardi Uber sembrava destinata a un’IPO che poteva diventare una delle più grandi della storia tech, anche se le controversie e le perdite operative creavano rischi reputazionali e finanziari che i mercati pubblici avrebbero esaminato più criticamente degli investitori privati. Il successo dipendeva dalla capacità di raggiungere profittabilità in mercati maturi mentre continuava a investire per conquistare quelli emergenti, un bilanciamento difficile che richiedeva disciplina finanziaria non sempre evidente nella cultura dell’azienda. Le auto autonome rimanevano la scommessa esistenziale che poteva trasformare Uber da azienda di ride-sharing a piattaforma di trasporto autonomo con economia completamente diversa, ma il timing e la capacità di esecuzione rimanevano incerti con competitor automotive che investivano miliardi nella stessa direzione. Il trasporto urbano non sarebbe mai più tornato quello di prima indipendentemente dal destino specifico di Uber, perché l’azienda aveva dimostrato che i consumatori volevano un modo migliore di muoversi nelle città e che la tecnologia poteva fornirlo, una trasformazione irreversibile che definiva l’eredità dell’azienda anche se il suo futuro specifico rimaneva da scrivere.

Gianluca Gentile

Mi chiamo Gianluca Gentile, classe 1991. Da sempre mi accompagna una passione smisurata per la materia informatica. Computer e web, infatti, sono diventati i miei compagni d’avventura inseparabili. Così nel 2012 ho deciso di trasformare la mia attitudine e le mie capacità in un “lavoro”. Attraverso esperienza e professionalità mi occupo di ristrutturare e costruire da zero l’immagine di un’azienda. Tra le mie funzioni vi è la gestione di ogni fase del processo creativo, curando minuziosamente ogni aspetto delle campagne pubblicitarie sui vari media.

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