Google Pixel smartphone Made by Google

Google ha presentato Pixel nell’ottobre 2016 segnando la fine dell’era Nexus e l’inizio di un approccio completamente nuovo al mercato degli smartphone, con l’azienda di Mountain View che per la prima volta progettava, commercializzava e supportava un telefono interamente sotto il proprio controllo invece di affidarsi a partnership con produttori terzi che avevano caratterizzato la linea precedente. I telefoni Nexus erano stati dispositivi per sviluppatori e appassionati, venduti a prezzi aggressivi con hardware prodotto da LG, Huawei, HTC e altri, ma Pixel rappresentava la risposta diretta di Google a iPhone, un prodotto premium con prezzi da premium che competeva faccia a faccia con Apple nella fascia alta del mercato. La trasformazione era evidente non solo nel posizionamento di prezzo ma nell’intera strategia di marketing che includeva campagne pubblicitarie massicce, presenza nei negozi degli operatori, e un messaggio che enfatizzava il concetto Made by Google come garanzia di qualità ed esperienza integrata. Google aveva osservato Apple dominare il mercato premium per un decennio e aveva deciso che l’unico modo per competere seriamente era creare un prodotto che non richiedesse compromessi, che offrisse la migliore esperienza Android possibile, e che dimostrasse cosa potesse fare il software Google quando controllava anche l’hardware su cui girava.

Google Assistant e l’intelligenza artificiale integrata

La vera star del lancio Pixel era Google Assistant, l’assistente vocale di nuova generazione che rappresentava l’evoluzione di Google Now in qualcosa di molto più sofisticato e capace di sostenere conversazioni naturali invece di rispondere a comandi isolati. Assistant poteva comprendere il contesto delle domande precedenti permettendo follow-up che facevano riferimento a entità menzionate in precedenza, come chiedere chi avesse diretto un film e poi seguire con quanti Oscar avesse vinto senza dover ripetere il nome del regista. L’integrazione profonda con l’ecosistema Google significava che Assistant poteva accedere alla cronologia di ricerca, alle email, al calendario e a Google Photos per rispondere a domande personalizzate come mostrami le foto del mio cane o ricordami dell’appuntamento di domani con una comprensione del contesto personale che i competitor faticavano a eguagliare. Il confronto con Siri era inevitabile e generalmente favorevole a Google, con Assistant che dimostrava una comprensione del linguaggio naturale superiore e un accesso a informazioni più vasto grazie al knowledge graph che Google aveva costruito in oltre un decennio di indicizzazione del web. L’esclusività temporanea di Assistant sui dispositivi Pixel dava ai primi acquirenti accesso a funzionalità che sarebbero arrivate su altri telefoni Android solo mesi dopo, creando un incentivo significativo per chi voleva l’esperienza Google più avanzata disponibile.

La fotocamera che ha ridefinito gli standard

DxOMark ha assegnato a Pixel un punteggio di ottantanove punti, il più alto mai dato a uno smartphone all’epoca della valutazione, superando iPhone 7 e Galaxy S7 in una classifica che l’industria utilizzava come benchmark per la qualità fotografica mobile. Il risultato era tanto più impressionante considerando che Pixel utilizzava un singolo sensore da dodici megapixel senza la stabilizzazione ottica che i competitor consideravano essenziale, dimostrando che la sofisticazione del software di elaborazione poteva compensare e superare i vantaggi dell’hardware specializzato. HDR+ era la tecnologia chiave che permetteva a Pixel di eccellere particolarmente in condizioni di scarsa illuminazione, catturando rapidamente più esposizioni e combinandole computazionalmente per estrarre dettagli dalle ombre e preservare le luci in modi che le tecniche tradizionali non potevano eguagliare. La filosofia di Google era che i limiti della fisica dei sensori piccoli potevano essere superati attraverso l’intelligenza artificiale e la potenza computazionale, un approccio che avrebbe definito l’evoluzione della fotografia mobile negli anni successivi mentre tutti i produttori investivano sempre più nel computational photography. Per gli acquirenti Pixel Google offriva anche storage illimitato a qualità originale su Google Photos, un benefit che valeva potenzialmente centinaia di euro considerando i costi di storage cloud e che eliminava la necessità di gestire lo spazio sul dispositivo per le foto.

Android puro e aggiornamenti garantiti

Pixel offriva quella che Google definiva la più pura esperienza Android, senza le personalizzazioni e i bloatware che i produttori terzi aggiungevano e che spesso rallentavano i dispositivi e ritardavano gli aggiornamenti di mesi o anni rispetto al rilascio ufficiale da parte di Google. Il Pixel Launcher presentava un design esclusivo con la barra di ricerca spostata in basso dove era più facilmente raggiungibile con il pollice, widget meteo e data integrati in alto, e un’estetica pulita che enfatizzava i contenuti invece delle decorazioni superflue. Google prometteva due anni di major update del sistema operativo e tre anni di patch di sicurezza, garanzie che superavano quanto la maggior parte dei produttori Android offrivano e che si avvicinavano al supporto prolungato che Apple garantiva ai propri dispositivi. Gli aggiornamenti arrivavano il giorno stesso del rilascio senza le attese frustranti che i possessori di altri Android dovevano sopportare mentre carrier e produttori certificavano le nuove versioni, un vantaggio significativo per chi voleva sempre le ultime funzionalità e le patch di sicurezza più recenti. Questa promessa di supporto prolungato giustificava parzialmente il prezzo premium, dato che un dispositivo che riceveva aggiornamenti per tre anni poteva essere utilizzato più a lungo di competitor che venivano abbandonati dopo diciotto mesi.

L’ecosistema Google Home e Daydream

Insieme a Pixel Google ha presentato Google Home, lo smart speaker con Assistant integrato che competeva direttamente con Amazon Echo nel mercato emergente degli assistenti domestici, offrendo le capacità conversazionali di Assistant in un dispositivo da salotto che poteva controllare luci smart, riprodurre musica, rispondere a domande e integrarsi con l’ecosistema di dispositivi connessi in rapida crescita. Il prezzo di centoventicinque dollari posizionava Google Home in linea con Echo mentre l’integrazione con i servizi Google come YouTube Music, Google Calendar e la ricerca rappresentava il principale differenziatore per gli utenti già investiti nell’ecosistema di Mountain View. Daydream View era il visore di realtà virtuale che utilizzava Pixel come display e processore, distinguendosi dai competitor di plastica con un design in tessuto morbido che lo rendeva più confortevole da indossare e che sarebbe diventato influente nel definire l’estetica dei prodotti Google negli anni successivi. L’esperienza VR su Daydream era limitata dalla potenza di uno smartphone rispetto ai visori dedicati come Oculus Rift o HTC Vive, ma l’accessibilità del prezzo a settantanove dollari e l’assenza di cavi o hardware aggiuntivo la rendevano un’introduzione ideale alla realtà virtuale per i consumatori curiosi ma non pronti a investimenti significativi.

I problemi iniziali e le limitazioni

Il lancio di Pixel non è stato privo di problemi, con la disponibilità estremamente limitata che ha lasciato molti interessati impossibilitati ad acquistare il dispositivo per settimane o mesi dopo il lancio, un problema che Google non era strutturata per affrontare con la stessa efficienza di Apple nella gestione della supply chain. La distribuzione era limitata a pochi paesi e a pochi operatori in ciascun mercato, una scelta che riduceva la complessità logistica ma che escludeva potenziali acquirenti che non volevano o non potevano acquistare attraverso i canali disponibili. Alcuni utenti hanno segnalato problemi con il lens flare nella fotocamera in determinate condizioni di illuminazione, un difetto che Google ha riconosciuto e che comprometteva parzialmente la reputazione fotografica costruita con le recensioni entusiastiche. L’assenza di certificazione IP68 per l’impermeabilità era un’omissione notevole considerando che i competitor come Galaxy S7 offrivano questa protezione e che il prezzo premium di Pixel suggeriva che non dovessero esserci compromessi sulle funzionalità. Questi problemi erano tipici di un’azienda che entrava per la prima volta in un mercato hardware complesso e che doveva costruire le competenze e le infrastrutture necessarie per competere con produttori che avevano decenni di esperienza.

Il significato strategico per Google

Pixel rappresentava il riconoscimento da parte di Google che il controllo dell’hardware era necessario per garantire l’esperienza ottimale del software, una lezione che Apple aveva dimostrato per anni e che Microsoft stava imparando con la linea Surface mentre Android frammentato su migliaia di dispositivi diversi non poteva mai raggiungere la stessa coerenza e ottimizzazione. Il posizionamento premium era una scommessa deliberata sulla disponibilità di una fascia di consumatori a pagare per l’esperienza Google più raffinata possibile, abbandonando la strategia Nexus di prezzo aggressivo che aveva creato una base di fan devoti ma limitati in numero. La fotocamera eccellente, Assistant esclusivo, e gli aggiornamenti garantiti creavano un pacchetto di valore che giustificava il confronto con iPhone per gli utenti che preferivano l’ecosistema Google a quello Apple ma che non volevano più accettare i compromessi tipici dei dispositivi Android di fascia media. Per l’industria nel suo complesso Pixel segnalava che Google era seria riguardo al controllo dell’intera esperienza utente, un messaggio che avrebbe influenzato le strategie di Samsung, Huawei e altri produttori che si trovavano improvvisamente a competere non solo tra loro ma anche con il fornitore del sistema operativo che alimentava i loro dispositivi.

Gianluca Gentile

Mi chiamo Gianluca Gentile, classe 1991. Da sempre mi accompagna una passione smisurata per la materia informatica. Computer e web, infatti, sono diventati i miei compagni d’avventura inseparabili. Così nel 2012 ho deciso di trasformare la mia attitudine e le mie capacità in un “lavoro”. Attraverso esperienza e professionalità mi occupo di ristrutturare e costruire da zero l’immagine di un’azienda. Tra le mie funzioni vi è la gestione di ogni fase del processo creativo, curando minuziosamente ogni aspetto delle campagne pubblicitarie sui vari media.

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